sabato 20 ottobre 2012

Facebook e Twitter: ansie da prestazione da internauta


La mia generazione  tirerà avanti senza un posto di lavoro decente per tutta la sua squallida esistenza, ma in compenso un impiego fisso al momento ce l'abbiamo tutti: essere utenti di un social network.
Io lo proporrei come lavoro usurante. E attenzione, perché a pensarci bene lo è.

Tanto per iniziare bisogna capire che non ci si improvvisa iscritti a Facebook così, su due piedi: bisogna postare la foto giusta, condividere la canzone giusta, copiare la citazione giusta, cercare link che attirino tanti "mi piace". E non è semplice. Ritagliarsi un'immagine da spacciare agli altri come veritiera intendo, anche perché poi è necessario che gli altri -almeno quelli che ti conoscono di persona- fingano di crederci.
Il libro delle facce è diventato una specie di ufficio stampa di noi stessi: scegli il tuo stereotipo preferito e indossalo, poi proiettalo sul mondo esterno.
La musica da condividere non può certo essere Baby one more time di Britney Spears, che sennò fai la figura dell' ignorante in campo musicale. Devi invece cercare il pezzo di un qualche gruppo indie/underground che magari nemmeno conoscevi fino a quel momento, ma che fa tanto figo quando l'esperto (o finto esperto) di turno si complimenta per il tuo gusto raffinato. Nel dubbio comunque, scegliere i Radiohead che, un po' come il nero nell'abbigliamento, stanno sempre bene.
Che poi, a pensarci bene, c'è chi non azzecca un congiuntivo o un accento manco sotto tortura, perché mai chi non ha pietà delle h dovrebbe vergognarsi della sua ignoranza musicale? Io da questi qui esigo pezzi da sculettamento convulso, canzoni coatte fino ai limiti dell'impensabile. Almeno la coerenza, cazzo.

Se su Facebook bene o male non bisogna essere delle volpi per collezionare decine e decine di contatti, Twitter è invece una creatura ideata da un sadico tecnologico;  non basta infatti la foto da torcicollo con la bocca a culo di gallina scattata davanti allo specchio del cesso, né la foto delle scarpe tue e di quegli sfigati degli amici tuoi,no: su Twitter devi essere non simpatico, ma persino sagace, per sperare che qualcuno ti ritwitti. In pratica  l'ansia da prestazione plasmata nella materia del social network.
Poi ci sono un sacco di vip di cui Twitter mostra la nullità umana ed intellettuale, ma che c'entra: quelli sò famosi, vengono ritwittati per leccaculismo o perché, più banalmente, sono gnocchi.

Dulcis in fundo, la geolocalizzazione: se scegli di far sapere dove trascorri il tuo tempo da disoccupato, vale il discorso della musica: posti fighi che facciano pensare "A però, se la spassa 'sto stronzo". E tanta attenzione alle panzane; grazie a Zuckerberg e soci, scoprire che hai detto di stare seppellito a letto terrorizzato dall'invasione aliena e poi te ne sei andato a giocare a freccette con gli amici, è n'attimo.



Coazioni a ripetere

Non scrivo da qualche mese, e nel frattempo è successo di tutto ma non è cambiata una beneamata mazza. In ordina sparso:  la percentuale di giovani laureati disoccupati è aumentata (secondo l'Istat + 41% rispetto al 2011); gli italiani hanno tifato come loro solito, stavolta pro e contro la madre di un bambino di Padova; a Palermo una ragazza è stata uccisa a coltellate dall'ex della sorella e c'è chi ha il coraggio di dire che non ha senso parlare di femminicidio; Belen si dichiara incinta del ragazzetto e l'informazione la asseconda nel suo tentativo di ricostruirsi una verginità d'immagine via gravidanza; Sallusti viene spacciato per una vittima da tutelare di fronte a una legge ingiusta; la Gabanelli rischia di non avere tutele giuridiche per i suoi giornalisti; Berlusconi si è cimentato nel solito tripudio di cazzate ma con una variazione sul tema, e cioè che stavolta in Tribunale c'è andato.
Mi limito a citare il mio illustre conterraneo: e il naufragar m'è dolce in questa merda.