domenica 25 novembre 2012

Anvedi come balla Nando (e il punto di non ritorno del mondo del porno)



Sembrava che Nando Colelli, ex del Grande Fratello 11, avesse girato un porno, poi il diretto interessato ha smentito a Televisionando.
Nel frattempo, mentre lui si premura di farci sapere che sta studiando per diventare astronauta (eh?!?), e noi brancoliamo nell'oscuro dubbio porno si/porno no, piovono i commenti: e poverino, e quanti ex-qualcosa si stanno dando al porno, manco le discoteche sganciano più per le ospitate, eh ma guarda tu come si è ridotto.
A me sembra però che nessuno abbia considerato l'intera vicenda dall'altro punto di vista, e cioè quello fondamentale: ma guarda tu come s'è ridotto il mondo del porno.
Per carità, mi rendo conto che l'argomento non è proprio fisica quantistica, ma un minimo di lucidità per favore: una volta questo era un mondo che produceva icone. Certo, Rocco Siffredi, Moana Pozzi,Eva Henger, Jenna Jameson e Cicciolina, mica Rite Levi Montalcini o Margherite Hack, però comunque icone, seppure in un certo immaginario. Donne bellissime e uomini superdotati; macchine del sesso che per anni c'hanno illuso che il pelato panzone che c'aveva appena aggiustato il lavandino, non era un idraulico vero.
Ecco, a me l'idea che ora qualche sciagurato regista hard -ancora peggio nel caso in cui qualcuno usi il nome senza che nemmeno il filmato esista- pensi che qualcuno possa ritrovare l'allegria nelle mutande grazie a Nando, fa accapponare la pelle.
Tanto per iniziare, così, a prima vista, ho come l'impressione che tra un grugnito e l'altro, Nando sia uno di quelli che sbriga la pratica e via (e del resto il presunto film si chiamerebbe "La bella e il porcone", mica sarà un caso), per cui non ce lo vedo in lunghe maratone; al massimo in cortometraggi. In secondo luogo il film, ammesso sempre che esista, dev'essere il The Artist dei pantaloni slacciati: muto. Avranno dovuto rinunciare persino a quelle elementari sillabe tipo uuuh, aaah, oooh, che in bocca all'uomo di Neandertal imprigionato nel corpo di homo Sapiens sarebbero diventate subito un <ao'>, magari nel momento clou.
E' un porno lo so, e infatti non dico che debba coniugare i tempi verbali al congiuntivo -anche perché non ne sarebbe capace- ma soltanto che con quell'accento esasperatamente burino Nando è uno che farebbe passare qualsiasi voglia anche all'ultima donna rimasta sulla faccia della Terra. Gli basta poco per spegnere i frementi ardori: il "ciao" sulla porta d'ingresso è sufficiente. Insomma, carica erotica sotto la sòla delle scarpe.
Ebbene, se qualche regista a luci rosse ha davvero avuto la sciagurata idea di scritturarlo per vedere l'effetto che fa, il porno è sul serio alla frutta; si, il nome noto attira, ma qua viene proprio a mancare la credibilità della situazione. Ce lo immaginiamo Nando che fa alla tizia di turno :"Ao', viè qua che me devo svotà!Fatte dà du' zaccagnate!"
Bene, pensiamo alla scena e osserviamo un intenso minuto di silenzio. Se qualcuno riesce ad eccitarsi con Nando, glielo regalo io il famigerato film: come carità.
A proposito, "svotà","zaccagnate"...do you remember? Promemoria qui, in cui tra l'altro dice che l'hard non gli fa per niente schifo.



sabato 20 ottobre 2012

Facebook e Twitter: ansie da prestazione da internauta


La mia generazione  tirerà avanti senza un posto di lavoro decente per tutta la sua squallida esistenza, ma in compenso un impiego fisso al momento ce l'abbiamo tutti: essere utenti di un social network.
Io lo proporrei come lavoro usurante. E attenzione, perché a pensarci bene lo è.

Tanto per iniziare bisogna capire che non ci si improvvisa iscritti a Facebook così, su due piedi: bisogna postare la foto giusta, condividere la canzone giusta, copiare la citazione giusta, cercare link che attirino tanti "mi piace". E non è semplice. Ritagliarsi un'immagine da spacciare agli altri come veritiera intendo, anche perché poi è necessario che gli altri -almeno quelli che ti conoscono di persona- fingano di crederci.
Il libro delle facce è diventato una specie di ufficio stampa di noi stessi: scegli il tuo stereotipo preferito e indossalo, poi proiettalo sul mondo esterno.
La musica da condividere non può certo essere Baby one more time di Britney Spears, che sennò fai la figura dell' ignorante in campo musicale. Devi invece cercare il pezzo di un qualche gruppo indie/underground che magari nemmeno conoscevi fino a quel momento, ma che fa tanto figo quando l'esperto (o finto esperto) di turno si complimenta per il tuo gusto raffinato. Nel dubbio comunque, scegliere i Radiohead che, un po' come il nero nell'abbigliamento, stanno sempre bene.
Che poi, a pensarci bene, c'è chi non azzecca un congiuntivo o un accento manco sotto tortura, perché mai chi non ha pietà delle h dovrebbe vergognarsi della sua ignoranza musicale? Io da questi qui esigo pezzi da sculettamento convulso, canzoni coatte fino ai limiti dell'impensabile. Almeno la coerenza, cazzo.

Se su Facebook bene o male non bisogna essere delle volpi per collezionare decine e decine di contatti, Twitter è invece una creatura ideata da un sadico tecnologico;  non basta infatti la foto da torcicollo con la bocca a culo di gallina scattata davanti allo specchio del cesso, né la foto delle scarpe tue e di quegli sfigati degli amici tuoi,no: su Twitter devi essere non simpatico, ma persino sagace, per sperare che qualcuno ti ritwitti. In pratica  l'ansia da prestazione plasmata nella materia del social network.
Poi ci sono un sacco di vip di cui Twitter mostra la nullità umana ed intellettuale, ma che c'entra: quelli sò famosi, vengono ritwittati per leccaculismo o perché, più banalmente, sono gnocchi.

Dulcis in fundo, la geolocalizzazione: se scegli di far sapere dove trascorri il tuo tempo da disoccupato, vale il discorso della musica: posti fighi che facciano pensare "A però, se la spassa 'sto stronzo". E tanta attenzione alle panzane; grazie a Zuckerberg e soci, scoprire che hai detto di stare seppellito a letto terrorizzato dall'invasione aliena e poi te ne sei andato a giocare a freccette con gli amici, è n'attimo.



Coazioni a ripetere

Non scrivo da qualche mese, e nel frattempo è successo di tutto ma non è cambiata una beneamata mazza. In ordina sparso:  la percentuale di giovani laureati disoccupati è aumentata (secondo l'Istat + 41% rispetto al 2011); gli italiani hanno tifato come loro solito, stavolta pro e contro la madre di un bambino di Padova; a Palermo una ragazza è stata uccisa a coltellate dall'ex della sorella e c'è chi ha il coraggio di dire che non ha senso parlare di femminicidio; Belen si dichiara incinta del ragazzetto e l'informazione la asseconda nel suo tentativo di ricostruirsi una verginità d'immagine via gravidanza; Sallusti viene spacciato per una vittima da tutelare di fronte a una legge ingiusta; la Gabanelli rischia di non avere tutele giuridiche per i suoi giornalisti; Berlusconi si è cimentato nel solito tripudio di cazzate ma con una variazione sul tema, e cioè che stavolta in Tribunale c'è andato.
Mi limito a citare il mio illustre conterraneo: e il naufragar m'è dolce in questa merda.

mercoledì 30 maggio 2012

Dal V-day alle elezioni, nascita ed evoluzione del fenomeno Grillo




E’ la «più potente figura politica italiana» che dal suo blog «parla il linguaggio dell’indignazione»: Napolitano non avrà sentito il botto dopo le amministrative, ma l’eco è arrivato sino in America.

Da oltre Oceano infatti, il Time ha puntato la sua attenzione su Beppe Grillo, il comico che «scrive uno dei pochi blog non in lingua inglese che sono diventati enormementepopolari nel mondo», e ora c’è persino il rischio concreto che il «pur assuefatto elettorato italiano» possa infliggere ai suoi politici la stessa lezione che è toccata alle dittature durante la “primavera araba”.

Era l’8 settembre 2007 quando il comico genovese mandava a fanculo i politici dalle principali piazze d’Italia: un giorno concepito per essere una «via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta», un «giorno di informazione e partecipazione popolare» per ricordare che «dal 1943 non è cambiato niente: ieri il re in fuga e la nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi».

Mentre i timorati della morale si indignavano per il turpiloquio di Grillo, lui proponeva una legge semplice quanto efficace: Parlamento pulito dai condannati, due legislature al massimo per i parlamentari ed elezione diretta degli stessi. 
E sempre mentre i timorati si affrettavano a parlare di antipolitica dimenticando il dettaglio che proporre referendum di iniziativa popolare è proprio l’essenza del fare politica, le piazze si riconoscevano nel turpiloquio liberatorio di Grillo. Anche nella sua rabbia però.

Perché Grillo è arrabbiato: lo psiconano, il Pdelle e il Pdmenoelle, Topo Gigio Veltroni, Rigor Montis, Morfeo Napolitano, si fondono in un magma indistinto in cui i partiti inetti aspettano soltanto che venga loro staccata la spina. Le frecce avvelenate vengono scoccate l’una dopo l’altra dall’arco del suo blog, uno dei 25 più popolari al mondo; «loro non si arrenderanno mai(ma gli conviene?) -si domanda a ogni fine post, poi chiosa– Noi neppure».

Il 25 aprile 2008 si teneva il secondo V-day; l’obiettivo era il mondo dell’informazione: abolizione dell’Ordine dei giornalisti, abolizione del finanziamento pubblico all’editoria e, infine, abolizione del Testo Unico Gasparri.
Televisioni e giornali, stavolta toccate nel vivo, continuavano a bollare il fenomeno grillino come antipolitica. 
Nel frattempo però Grillo aveva portato in piazza ragazzi che fino a poco prima si erano disinteressati di politica. Nascevano i meet up, prendevano piede iniziative comunale: era l’alba del Movimento 5 stelle.

Il linguaggio rimane lo stesso, non si istituzionalizza nemmeno dopo l’elezione dei primi sindaci grillini: estremo come prima, gli insulti e le parolacce volano. Viene in mente quel relitto che al momento è la Lega: il paragone è immediato, ma anche se Grillo sbeffeggia il presidente della Repubblica chiamandolo Morfeo, non vuole certo dare fuoco alla bandiera italiana.

La Lega parla alla pancia, Grillo pure, ma con l’aggravante che spesso parla anche alla testa. No al nucleare, Parlamento pulito, energia pulita le battaglie portate avanti: Grillo ci mette la faccia, il resto lo fanno i vari gruppi locali.
Non esiste via di mezzo: o con il nuovo o con la politica vecchia che puzza di cadavere, uno esclude l’altra. Insomma, col Movimento 5 stelle o fuori.
Di conseguenza non ci si siede in tv a fianco ai politici italiani: lo spazio è il web, da cui raramente il comico si allontana. Refrattario ai salotti televisivi, il baluardo della resistenza di Grillo rimane il blog da cui continua, implacabile, a scagliare con violenza verbale le sue frecce.

Un qualunquista maleducato per i detrattori, un antisistema per chi lo ammira, Grillo è tutt’altro che uno sterile distruttore: facendoli identificare con la sua indignazione, ha sensibilizzato molti cittadini su alcuni temi che una sinistra più lungimirante avrebbe fatto propri; ha riportato le persone a partecipare attivamente alla vita del loro paese. E scusate se è poco.

martedì 22 maggio 2012

Falcone e Borsellino, 20 anni dopo

Maledetto il Paese che ha bisogno di eroi. Ma ancora più maledetto il Paese che, quando li ha gli eroi, li chiama "professionisti dell'antimafia"

sabato 19 maggio 2012

Dopo Brindisi: ubriachiamoci, ma di vita. O tra 20 anni ci diranno che Melissa si è fatta esplodere.



Triste giorno questo.
I fatti sono noti: alle 7.45 di stamattina sono esplose tre bombole di gas davanti all'istituto professionale Francesca Laura Morvillo Falcone di Brindisi. Melissa Bassi, 16 anni, è morta, mentre altre tre ragazze sono in prognosi riservata.
Secondo le prime prime ricostruzioni, dal posizionamento degli ordigni, l'obiettivo era proprio la scuola piuttosto che il vicino tribunale.
Ora la domanda è: chi è il mandante?La Sacra Corona Unita? Gruppi deviati che vogliono attuare una strategia del terrore?Oppure un coglione qualunque/mitomane che si annoiava tanto? Al momento non viene esclusa nessuna pista.

Nel frattempo è partita la solita gara a chi visita prima il profilo Facebook della povera Melissa; vediamo le foto del suo profilo pubblicate da siti e giornali (ma non è minorenne?), assistiamo a un proliferare di gruppi che la salutano. Pare che il lutto sia ancora più sentito quando è morboso.
Domani probabilmente leggeremo le pagine del suo diario, e dopodomani verremo rimproverati da stampa e tv perché siamo partiti per il "turismo dell'orrore" verso la scuola.

Intanto però, mentre l'informazione già inizia a dare il peggio di sé e la gente invece dà il meglio scendendo in piazza, i musei vengono chiusi. La Champions però va in onda. La sintesi perfetta di questo paese dove il profitto non guarda in faccia al sangue e la retorica accarezza l'ignoranza dei luoghi comuni.

Io invece dico: apriamoli i musei. Di più: apriamo le scuole di notte, proiettiamoci film, teniamoci dibattiti, occupiamole. Facciamo nostra la cultura, rendiamola la nostra arma. Leggiamo fino a perdere il sonno, informiamoci per avere la consapevolezza del nostro essere cittadini.
Chiudiamo le discoteche per una notte, ma balliamo in strada. Ubriachiamoci, ma di vita.
Lasciamo, anzi facciamo, nascere dal letame di questo vile atto il diamante della resistenza ad un sistema corrotto fino al midollo, in cui tra 20 o forse 30 anni potrebbero dirci che le bombe sono esplose da sole, o che Melissa si è fatta esplodere.

Evitiamo di condividere nei social network la foto di Melissa per rispetto; non invadiamo la sua persona.
Non cediamo alla retorica dicendo che sarebbe potuta essere nostra sorella o che Melissa è una di noi; perché la verità è un'altra: noi avremmo potuto essere Melissa.

mercoledì 16 maggio 2012

Fazio-Saviano, quello che la Rai non ha (più)







Tre prime serate, le parole, De André colonna  sonora: sono questi gli ingredienti dell'ultimo programma della premiata (dagli ascolti) coppia Fazio-Saviano. Ma questo non è più il Vieni va con me di RaiTre, ma Quello che non ho su La7.


Fazio inforca gli occhiali da professorino sulla faccia da chierichetto troppo buono per mordere, e allestisce il salotto per l'intellighenzia che vuole essere rassicurata da una cultura di cui pensa di essere unica detentrice.


Porta con sé in dote su La7 gli ospiti che tanto hanno contribuito al successo dell’altra sua creatura, Che tempo che fa, Fazio: Pupi Avati, Erri De Luca, Nicola Piovani, Marco Travaglio, Gad Lerner, Pierfrancesco Favino, Elisa, Piero Pelù per citarne alcuni. Anche i comici li abbiamo già visti dallo studio di Corso Sempione a Milano: Luciana Littizzetto -nemmeno troppo ispirata, un po' come in tutta la stagione televisiva- e Paolo Rossi. All’ appello non manca nemmeno Gramellini.
L’impressione iniziale era quella di un gruppo di compagni delle superiori che invece di fare una rimpatriata in pizzeria, preferisce darsi appuntamento in tv. 


Di Vieni via con me rimangono gli elenchi, stavolta di “quello che ho" e "quello che non ho”, ma l’ospite porta con sé una parola, e la spiega. Al centro della scena, allestita nell’Officina Grandi Riparazioni di Torino, il racconto: l’impianto è teatrale, la scenografia pulita.
Saviano si mostra nei suoi monologhi affabulatore lento, a volte persino impacciato, ma sempre efficace.  


Il viaggio nella parola dura tre giorni: tre giorni di seguito di programmazione quasi fosse un workshop o un corso. Un unicum catodico in versione concentrata che si assume dopo i pasti e si metabolizza fino alla prossima edizione.


Quello che (non) ho ricorda Vieni via con me, ma in una forma evoluta: è passato poco più di un anno, eppure  ne sembrano almeno il doppio. Vieni via con me era un vero e proprio caso mediatico; di Quello che (non) ho se ne parla solo perché ne è l'erede, e ovviamente perché solo un'azienda miope come la Rai poteva lasciarsi scappare un prodotto di tale appeal (oltre che un successo testato dall' Auditel).
Manca parte della linfa vitale di cui il (bel) programma di Fazio e Saviano aveva giovato: Maroni che vuole replicare alla presenza della mafia nelle imprese del nord, le polemiche dopo l’ospitata della moglie di Piergiorgio Welby. 


Non che l'attenzione non ci sia, semplicemente il duo Fazio-Saviano non ha monopolizzato le pagine e le rubriche di spettacoli. 
A tratti liturgia, a momenti intrattenimento, in altri lentezza allo stato puro e in altri ancora intensità allo stato puro, Quello che (non) ho piaccia o meno, comunque lo si trovi, è un programma prima pensato e poi scritta; mica poco nello sterile panorama televisivo italiano.
Alcuni minuti di girato valgono da soli le tre serate, ad esempio le parole dei sotto scorta e la lettura dell'intervista ad Antonino Caponnetto.


Quello che abbiamo adesso sono i tanti volti che hanno raccontato l'Italia attraverso le loro parole; a quanto pare però, quello che abbiamo è anche una tv di Stato che a quei volti ha preferito non dare voce.

giovedì 19 aprile 2012

Da cani

Ho dato il mio ultimo esame all'università. E ci tengo a dire che la metà dei libri su cui ho studiato erano scritti da cani.

giovedì 5 aprile 2012

Dimissioni Bossi, addio all'inventore del dito medio istituzionale



Bossi si è dimesso. Ne danno il triste annuncio il rutto e il dito medio.
Io per l'occasione riciccio fuori un vecchio pezzo scritto in occasione della pajata con Alemanno (correva l'anno 2010).
La mia disanima su come la Lega abbia imbarbarito il linguaggio della politica tutta:




"Bossi incarna l’archetipo del guerriero che combatte per l’indipendenza della Padania e i toni che adotta sono coerenti con il suo ruolo. 
Fondata nel 1989, la Lega Nord ha infatti utilizzato sin dalla sua nascita un linguaggio di rottura volto a scardinare i codici linguistici della comunicazione politica, arrivando persino al vilipendio: Bossi dice di pulirsi il «culo» con la bandiera italiana (luglio 1997), nei comizi chiama la capitale «Roma ladrona», mostra il dito medio, dichiara che a Roma «Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c'è sempre una prima volta» (agosto 2007).
La Lega degli albori si muove in un sistema politico di pluralismo polarizzato: un centro che mantiene il potere, la Dc, e due opposizioni agli estremi, la destra missina e i comunisti. In un panorama del genere chi è agli estremi -come, appunto, lo è la Lega- è comunque fuori dalle istituzioni perciò, almeno teoricamente, può assumere qualsiasi posizione e può farlo anche con linguaggi eversivi. Questo però prima di Tangentopoli.


Dopo Mani Pulite, la “decapitazione” dei vertici di Psi e Dc, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, la Lega Nord diventa forza istituzionale: nell’era del dopo-Tangentopoli la Lega non rinuncia ai suoi toni accesi, anzi, li sdogana influenzando così anche il linguaggio degli altri partiti.
Qualche esempio illustre: «stronzi che galleggiano» (Mussi su Previti e Berlusconi, conversazione con l’on.Giuseppe Calderisi, gennaio 1998); «bamboccioni» ( Padoa Schioppa sui ragazzi che abitano con i genitori, ottobre 2007); «Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale (i manifestanti, ndr). Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (Cossiga, ottobre 2008); «fannulloni» (Brunetta sui dipendenti pubblici, maggio 2008); « La conurbazione Napoli Caserta è un cancro sociale e culturale» (Brunetta, settembre 2010); «Vada a farsi fottere» (D’Alema a Sallusti, vicedirettore de Il Giornale, maggio 2010); « Fini è umanamente una merda» (Santanché, agosto 2010). E ancora, Berlusconi: «Magistrati antropologicamente diversi dal resto della razza umana» (settembre 2003); «coglioni»( aprile 2006, riferito agli elettori di centrosinistra); «kapò» (all’europarlamentare tedesco Schulz, ottobre 2006); magistratura «cancro» del paese (giugno 2008). Sempre Berlusconi, rivolto a dei militari durante una visita all’Aquila nel 2009: barzelletta con finale di bestemmia. Apoteosi.


Conclusasi la stagione della Prima Repubblica, la Seconda -ma c’è già chi parla di Terza- rinuncia dunque al linguaggio serio e controllato a favore di un lessico gergale, vicino al parlato della gente. Lo scopo? Rendere la politica comprensibile, appunto, alla gente. O al pubblico, che nell’era della comunicazione è la stessa cosa.


Cade il confine tra scena e retroscena: gli esponenti dei partiti entrano nelle case dei loro elettori, presenziano nei salotti televisivi, si lasciano andare a confessioni personali, il ménage familiare -presunto o reale- diventa linea politica e strumento di ricatto. 
La dialettica si riduce a slogan, dichiarazione ad effetto che verrà ripresa da tutti i giornalisti perché la sua originalità la rende notizia. La comunicazione di questo tipo non fa notizia, ma è la notizia. La sua violenza catalizza l’attenzione dell’informazione perché contiene in sé i criteri che rendono un evento degno di essere raccontato al pubblico. Seguiranno poi le risposte indignate degli oppositori, a loro volta confezionate secondo gli stessi parametri di slogan: un continuo rimando di botta e risposta in una sorta di talk-show senza fine. Indipendentemente dal contenuto: è la forma, l’espressione, che conta. E l’impatto che questa avrà sul pubblico che segue il reality politico, un reality che non si pone il problema né del proprio imbarbarimento né di quello, conseguente, del suo pubblico.


« Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!» urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa. Giusto, eppure questo tipo di linguaggio sembra premiare: la Gelmini, Ministro dell’Istruzione, ha proposto ad esempio una laurea honoris causa in comunicazione per Bossi. In risposta Francesco Merlo ha sarcasticamente sottolineato che «ci si può laureare in Scienza della Comunicazione studiando Bossi ma non si può laureare Bossi in Scienza della Comunicazione. Ci si può laureare studiando il potere e il valore della pernacchia e dell' esibizione del dito medio, ma non si possono laureare la pernacchia e il dito medio» (La Repubblica, 7-8-2010)".


sabato 24 marzo 2012

Cosa si dice sul web, gli investitori oltre l'Auditel

La web reputation al posto della quantità dei telespettatori, è questo quello che potrebbe accadere in un futuro.

Da sempre criticato perché non indicativo della qualità del prodotto televisivo, l’Auditel è il metro classico utilizzato dagli inserzionisti pubblicitari per inserire i propri spot nelle varie fasce orarie: maggiori sono gli ascolti, maggiore sarà la visibilità dello spot. 

Negli ultimi anni però, il web si è affiancato alla fruizione dei prodotti audiovisivi, modificandola e integrandola al tempo stesso. Nascono blog, forum di discussione che parlano di televisione; Twitter in particolare è un fiume in piena di commenti che si susseguono riuniti per argomenti.
Ecco quindi che subentra la web reputation: la reputazione su internet, cioè cosa si dice in rete, qual è l’opinione diffusa su un certo programma.

  Pier Domenico Garrone, fondatore del blog comunicatoreitaliano.it e consulente di comunicazione istituzionale, in un’intervista al Corriere delle Comunicazioni ha ventilato proprio questa ipotesi: la web reputation sostituirà l’Auditel.
«Abbiamo notato -ha dichiarato- che l’evoluzione tecnologica costituita dall’infrastruttura di rete e dalle applicazioni per rendere il contenuto fruibile con le tecnologie su più device ha comportato straordinarie innovazioni che non sono state ancora colte dalle aziende»; «oggi un inserzionista -ha poi proseguito- non investe più guardando lo share, cioè la quantità del pubblico, ma la sua qualità, che è identificata con la Web reputation, perché identifica la credibilità e la reputazione del media. La Web reputation è diventata una voce di bilancio per le aziende e le tv, perché indica la tutela e la valorizzazione della matrice aziendale rappresentata nel brand, nel prodotto e nel management».
Anche le notizie -conclude- non sono più scritte nelle redazioni, ma dalla «platea della rete».

 Sicuramente la prospettiva di Garrone è ancora lontana dal realizzarsi, specie tenendo conto delle solite problematiche che affliggono la rete in Italia: digital divide, connessione veloce poco diffusa, popolazione poco informatizzata. Del resto però è innegabile che le discussioni su internet costituiscano un immediato feedback del gradimento, ancor prima che escano i dati degli ascolti; d’altro canto si tratta di opinioni prive di rappresentatività probabilistica.
 Si tratta infatti di pareri gruppi di utenti di età inferiore ai 40 anni e con un livello di istruzione medio-alta: nicchie di mercato diverse da quello che è effettivamente il pubblico televisivo italiano nel suo complesso. Non è un caso infatti che programmi apprezzati e seguiti sul web poi non registrino ascolti alti: X Factor ad esempio, non ha mai fatto sfracelli in termini di Auditel, ma su internet era apprezzato e seguito.

giovedì 15 marzo 2012

Servizio Pubblico, da Borsellino al figlio di Provenzano

Stasera Santoro sta ampiamente dimostrando che il Servizio Pubblico si può fare, e al momento non è in Rai.
Puntata superlativa sui rapporti Stato-mafia a 20 anni dalle stragi di via D'Amelio e Capaci.
Ospiti in studio Veltroni, l'ex ministro della giustizia Martelli, Salvatore Borsellino, l'imprenditrice palermitana Valeria Grasso e in collegamento il pm Ingroia.

Corrono i brividi lungo la schiena: la ricostruzione iniziale a fumetti sugli ultimi giorni di vita di Borsellino è magistrale. Un eroe ancora più tragico di Falcone, perché sa che il prossimo a saltare in aria sarà lui e va incontro alla morte consapevole di essere un cadavere che cammina.

La testimonianza di Agnese, moglie di Paolo Borsellino: mio marito mi disse che c'era una trattativa tra  mafia e pezzi deviati dello Stato.
Lo sguardo indignato di Salvatore Borsellino toglie il fiato: gli occhi tenaci, di un azzurro che ci si può specchiare dentro tanto sono limpidi, mettono a tacere Veltroni che fa sempre quello che non c'era, ma se c'era dormiva, se dormiva sognava, e se sognava, sognava un'altra cosa: "Lei dov'era?E' stato al governo!" gli tuona contro il fratello di Paolo Borsellino.

L'asso nella manica è però l'intervista al figlio di Provenzano; giornalisticamente, lo scoop. Un uomo che non riesce a dire "mafia" e parla il linguaggio mafioso alludendo a posti da occupare, chiede che il padre venga trattato con "dignità" e poi minaccia:"la violenza chiama violenza" e "ci dobbiamo accanire?"
Non ci scandalizziamo se Santoro gli dà spazio; scandalizziamoci piuttosto perché Provenzano jr usa il linguaggio mafioso senza remore davanti alla giornalista.

Valeria Grasso racconta la sua storia e centra il punto: lo Stato ha difeso la mafia o me?

ps. piccolo appunto: diciamolo, quei sondaggi sono cretini. E' il pubblico di Santoro che va a votare su Facebook, e fondamentalmente si tratta di un target ben definito -ancora di più rispetto ad Annozero, visto che si prende la briga di cercarlo sulle reti regionali e sul web- con precise idee in materia di giustizia e politica, quindi le risposte alle domande sono scontate. Oltre al fatto che quelle domande sono del tipo "è meglio il gelato al cioccolato o quello al gusto code di topo?", c'è poco da scegliere. In pratica se la cantano e se la suonano.
Insomma, fateje fa qualcos'altro alla Innocenzi che tanto la sua chioma bionda non è fondamentale per il programma.


mercoledì 14 marzo 2012

La7, Un due tre stella: la Guzzanti ci è mancata. E ci manca ancora


La prima inquadratura è dal soffitto dello studio scendendo in basso, ai rami di un albero. C'è stata un' interruzione pubblicitaria di 9 anni, dice, e ora finalmente si lavora di nuovo in televisione: Sabina Guzzanti saluta così il pubblico di La7.

A piedi scalzi su un albero; come una ragazzina che si ritaglia il suo angolo di spazio, come una persona che si arrampica in alto per salvarsi da quello che accade a terra, così Sabina.

Il monologo iniziale parte col botto: questo Un due tre stella è RaiOt, preciso da dove la Guzzanti l'aveva lasciato.
Niente meches rosa stavolta , né spada e tuta da Kill Bill, ma la stessa indignazione, lo stesso modo di fare invettiva del 2003.
Infila un paio di battute, parte l'imitazione di un Monti perfettino a cui viene consigliato di andare in televisione: « Devi dire - gli consiglia la voce fuori campo- che non ci vuoi andare, ma poi ci vai. L’importante è che non ti fai fare le domande dai giornalisti, tanto non ci so’ abituati».
C'è Frassica che dà un'anticipazione dei palinsesti della settimana, c'è la sorella Caterina che interpreta l'hostess di una compagnia aerea low cost; in collegamento c'è persino Michael Moore, a cui la Guzzanti di Viva Zapatero! e Draquila aveva guardato con ammirazione.
In studio c'è pure la musica rap; il gruppo in studio di ogni programma di dandiniana memoria.
Si parla di crisi, di economia, di lavoro: in studio Giulietto Chiesa, il professor Andrea Fumagalli e il giurista Ugo Mattei. 
Presenti all'appello anche le imitazioni di Lucia Annunziata e Barbara Palombelli.

Eppure qualcosa non funziona, e non mi riferisco allo stilista da denuncia che ha vestito la comica. E' la diretta che non va
Il programma è lungo, alcuni momenti morti diventano insostenibili per un programma di satira come Un due tre stella: il ritmo è fondamentale in tv, specie nella satira. Invece la Guzzanti fa Grillo, si dilunga, perde mordente: gli ospiti in studio rendono Un due tre stella  qualcosa che a momenti somiglia a Piazza Pulita, che a sua volta ricorda Annozero, che poi a sua volta ricorda un qualsiasi programma di Michele Santoro. Il talk show di cui non si sente l'esigenza.
RaiOt funzionava, ma era registrato; l'informazione si alternava agli sketch grazie ad un sapiente montaggio. Anche Un due tre stella nella prima mezz'ora sembra funzionare, poi si disperde.

L'atmosfera è da centro sociale, anzi no: per chi c'è stato, come me ad esempio, sembra di stare nella Sala Arrigoni. Si tratta dell'ex Cinema Palazzo - poi ribattezzato in memoria di Vittorio Arrigoni- che nel quartiere di San Lorenzo a Roma è stata occupato da un gruppo di attivisti per impedire che venisse convertito da ex teatro in cui ha recitato Carmelo Bene, in uno squallido casinò (ce l'avete presente lo striscione No casinò nella scenografia?Ecco). La Guzzanti è una delle promotrici dell'iniziativa, anche perché abita lì e si troverebbe papponi e giocatori d'azzardo sotto il portone di casa. 
Personalmente la sala Arrigoni la frequento e vivo il quartiere, in cui ho pure abitato per cinque anni, ma chi quell'ambiente non lo frequenta ha sicuramente avuto l'impressione di essere davanti a qualcosa di circoscritto, all' autoreferenzialità incarnata in un programma. Gli attivisti sanlorenzini che parlano al target radical-chic di La7: un cerchio che si chiude.

I comici esordienti (bravi!) vengono dal corso di satira che si svolge all'ex cinema Palazzo - personalmente già visti,  tra l'altro il ventottenne (di cui non ricordo il nome) sa essere molto più feroce-  e sono quelli che ridanno linfa al programma quando è in fase calante.

Il programma va rivisto, scritto meglio e gestito in maniera diversa -cioè evitando i momenti morti come la peste e accorciandolo- ma alcune idee sono buone: Caterina-militante Casa Pound ad esempio, oppure i filmati-trailer .

Seppur con tutti i suoi difetti, leggere alcuni commenti su Twitter mi ha fatto pensare che abbiamo comunque bisogno di Sabina Guzzanti: siamo così disabituati alla satira che non sappiamo più nemmeno cosa sia. Figuriamoci capirla.

ps. a proposito di Twitter: Un due tre stella trend topic al primo e al terzo post con due hashtag: #unduetrestella e #Guzzanti




venerdì 2 marzo 2012

Travaglio e la tav, alta voracità

Ecco, perché fino ad ora la narrazione mediatica sull'alta velocità si è occupata solo del poliziotto e del provocatore che lo sfotteva. Perché i No Tav fino ad ora sono sembrati solo un movimento violento che  non si capiva che cavolo c'avevano da protestare 'sti scalmanati. Travaglio- magistrale come non mai- lo ha spiegato a Servizio Pubblico.
Le fonti citate da Travaglio: i pezzi di Marco Ponti e la lettera dei ricercatori e docenti universitari al Presidente Napolitano.

Un fatto umano, il pool antimafia a fumetti


Ho appena letto Un fatto umano, una graphic novel sulla storia del pool antimafia.

In realtà l'ho terminato da un po', ma forse ci ho messo tempo per digerirlo, accettarlo, così mi sembra di averlo finito da poco. Perché questo non è un semplice fumetto, ma qualcosa che ti contrae lo stomaco, lo colpisce; poi arriva al cuore. E rimane in testa.

E' un'opera di rara bellezza, una di quelle che non presteresti a nessuno perché ne sei intimamente geloso; sapresti che senza quel pezzo la tua libreria sarebbe mutilata.
La bellezza è nelle tavole acquarellate, nel lirismo che evocano anche davanti alla brutalità feroce delle strade sventrate dalle bombe. Sta nello sguardo sornione di Falcone e in quello malinconico di Borsellino, con quegli occhi fluidi ma allo stesso tempo così intensi. Sta in una storia dalla macabra sceneggiatura che affascina e tiene incollati alle pagine, quasi non la conoscessimo già: uno, due, tre, fino all'ultima, la 372, le tavole si rincorrono sino all'epilogo finale.

Sceneggiato da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, edito da Einaudi , Un fatto umano è una fedele ricostruzione storica che ha richiesto 7 anni di lavoro: fumetto e ricostruzione giornalistica si fondono in memoria del ventennale delle stragi di Capaci e via D'Amelio. Sul sito è possibile trovare 76 pagine di biografia ragionata, spiegata tavola per tavola.

Il titolo si rifà ad una celebre frase di Giovanni Falcone«La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani avrà anche una fine». 
Se il fatto è umano però, i protagonisti sono animali: l'ispirazione degli autori  è Maus, il fumetto di Spiegelman in cui i topolini ebrei sono perseguitati dai gatti nazisti. In questa orwelliana fattoria degli animali si muovono rapaci, cinghiali, pipistrelli, tartarughe,istrici, gatti e segugi.


Perché gli animali? «Gli accostamenti -ha spiegato Giffone al Fatto Quotidiano (26-11-2011)- li abbiamo scelti volta per volta, cercando di coniugare il carattere e i tratti fisici. Poi alcuni personaggi erano così forti che la scelta era obbligata: Brusca, detto u verru, non poteva che essere un maiale; Riina e Provenzano, nella loro violenza brutale, dei cinghiali. Per i magistrati istruttori erano perfetti i segugi e per i poliziotti investigativi, spesso, dei falchi». 
Creare delle famiglie di animali ha inoltre permesso di gestire l'enorme mole di personaggi, 200 circa, che calcano il palco di Un fatto umano; il lettore può così destreggiarsi in un mondo complesso in cui, anche senza ricordare il nome di un personaggio, lo può comunque inserire in una "categoria"  senza perdere il filo conduttore delle vicende narrate.


La storia del pool antimafia è un quindicennio di storia italiana: dal 1978 al 1992. Carabinieri, magistrati, politici, giornalisti si susseguono nella narrazione; intanto l'ombra oscura del paese si profila minacciosa per il ventennio che segue: Craxi, Contrada, Andreotti, Berlusconi, Dell'Utri, Gelli. La trattativa Stato-mafia si delinea sempre più.
Ci sono gli occhi di chi va incontro alla morte per qualcosa in cui crede: ci sono gli eroi, quelli veri. Non sono dotati di armi o super poteri, ma di ideali.

In fondo ci siamo anche noi, che quegli anni li abbiamo vissuti da spettatori più o meno consapevoli. E poi ci sono io, che nel '92 avevo 7 anni e mi trovavo nello stesso posto, un centro commerciale, con le stesse persone, i miei genitori e mio zio, quando Falcone e Borsellino vennero assassinati.
Ricordo le televisioni del reparto elettrodomestici sintonizzate sulle immagini delle stragi: lo stesso dolore moltiplicato su schermi grandi e piccoli. La stessa incredulità sulle tante facce delle persone: «L'hanno ammazzato» sussurravano a bassa voce, quasi avessero paura di sentir uscire dalla propria bocca una notizia tanto nefasta.
Ci sono voluti anni prima che io capissi realmente cos'era successo; la sensazione di quei due pomeriggi però mi era rimasta sulla pelle, appiccicata addosso da una qualche sostanza dolciastra e acre da respirare.
Leggere Un fatto umano mi ha fatto provare di nuovo quella sensazione: il disagio, l'aria asfittica, un micromondo che si ferma bisbigliando l'indicibile.

Non penso di esagerare se dico che questo libro andrebbe inserito nei programmi scolastici, tanto è bello e terrificante, reale e a suo modo assurdo.

Maledetto il paese che ha bisogno di eroi, e che quando li ha, li chiama "professionisti dell'antimafia".


ps. qui la pagina Facebook


 





giovedì 1 marzo 2012

Su Imparato: chiarisco e poi basta





Ullallà, mi assento per qualche ora e scopro che alcune fans di Cristian Imparato se la sono presa con me per questo post. Ricoprendomi di soavi vezzeggiativi e rime in endecasillabo sciolto tra l'altro.

Allora, giusto per precisare. Qui nessuno ha scritto che Imparato non abbia talento o non sappia cantare, semmai ho criticato l'immagine che gli hanno cucito addosso e che lo fa sembrare nell'aspetto -e sottolineo nell'aspetto- un tronista di quart'ordine. E' più carino al naturale, senza queste pose da tamarro che non gli rendono giustizia e questo spinzettamento di sopracciglia che lo imbruttisce.
Non mi piace il tipo d'immagine che viene fuori da questa foto promozionale, si può dire oppure mi sono macchiata di lesa maestà?


Detto ciò:

1) di ironia non è mai morto nessuno, per cui non abbiate paura: provate anche voi ad addentrarvi in questo ignoto mondo

2)io non ce l'ho con i talent in generale: non mi piacciono quelli con i bambini perché trovo che strumentalizzino il minore

3) visibilità di che? Di chi? Forse solo perché ho osato scrivere un post sul MIO blog?Ma per piacere...

4) forse i miei studi non hanno prodotto i giusti risultati, chissà. Se però non avete nemmeno capito che quello non era un articolo ma un semplice post di cazzeggio, allora mi tranquillizzo: sono in buona compagnia; non è che i vostri - gli studi intendo- possano essere considerati molto prolifici

5)da adesso commenti in moderazione : lascio quelli che ci sono, ma siccome ogni volta che un commento compare, una parola della lingua italiana muore, mi arrogo il diritto di controllare i prossimi.
Suvvia, vi siete divertite; adesso basta

martedì 14 febbraio 2012

Celentano a Sanremo: il nulla



Quello che rimarrà dell'interminabile ora di Celentano a Sanremo : Famiglia Cristiana e Avvenire sono due testate ipocrite e dovrebbero chiudere, Aldo Grasso è un deficiente.

Ok, per quanto mi riguarda i suoi soldi se li è meritati ma il Festival ha sprecato un'ora: è stato un monologo senza capo né coda, in cui non è stato detto niente. La parte migliore è stata la fine.
E pensare che sarebbe bastato cantare un paio di pezzi di quel gioiello che è "Facciamo finta che sia vero" per ottenere applausi scrosciati e un po' di sana indignazione popolare...

E poi diciamolo: la Canalis che impersona l'Italia?!? A Celentà, ma vaffanculo.






mercoledì 1 febbraio 2012

Twitter e la morte di Scalfaro: dall'informazione alla comunicazione





Il 17 agosto 2010 moriva Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica: la notizia veniva data dalle agenzie di stampa.


Il 29 gennaio 2012 moriva Oscar Luigi Scalfaro, anche lui ex Presidente della Repubblica: la notizia però veniva data da Twitter.

A nemmeno due anni di distanza da quella di Cossiga, la morte di Scalfaro segna un passaggio di testimone fondamentale per l’informazione italiana: il superamento dei social network sull’informazione dei media tradizionali. La comunicazione al posto dell’informazione.

Niente di nuovo nel panorama mondiale, basti pensare alla notizia della cattura di Bin Laden arrivata via Twitter o alla primavera araba:  un clic di un blogger e la notizia viene ripresa dalle testate, diffondendosi a macchia d’olio. In Italia però la situazione è diversa, o perlomeno lo era, perché a Twitter gli italiani preferiscono Facebook, più voyeristico.
Il fenomeno Twitter, realtà consolidata oltreconfine,  ha tardato ad esplodere in Italia, tanto che lo sta facendo ultimamente. 
La morte di Scalfaro  può essere assunta come evento simbolo di questa avvenuta transazione: fino ad ora i stampa e tv si erano occupati dei social network per tastare le reazioni degli utenti, i loro commenti a determinati avvenimenti.
Fino a poco tempo fa non si sarebbe mai pensato che una notizia come la morte di Scalfaro sarebbe stata data prima dagli utenti di una piattaforma web che da un’agenzia di stampa.

Compressa in pochi caratteri, l’informazione è diventata comunicazione: la morte di Scalfaro ha assunto i contorni di una grande chiacchierata collettiva, quasi una spettegolata in un’affollata piazza di paese, fino ad arrivare alle “orecchie” delle testate due ore dopo. E’ anche proseguita come una chiacchierata: gli utenti si sono divisi in pro e contro Scalfaro, riunendosi attorno a due hashtag, #scalfaro e #iononcisto.
Non mancava nessuno all’appello: c’erano i complottisti, chi lo elogiava, chi lo considerava un male della società, chi semplicemente lo ricordava twittando il discorso in cui pronunciò il celebre “Io non ci sto”. E c’erano i qualunquisti che, incuranti della realtà storica che lo ricorda come padre costituente, lo considerava soltanto un vitalizio in meno.

Così, dopo –come si dice in gergo- aver bucato la notizia, agli organi d’informazione tradizionali non rimaneva che rincorrere i social network.


Ora la domanda è: può la comunicazione essere informazione?

martedì 31 gennaio 2012

La metamorfosi (di Cristian Imparato)




Riconoscete il ragazzino con l'apparecchio?  E' Cristian Imparato, la star di Io Canto, il programma di Canale 5 condotto da Jerry Scotti.
Ve lo ricordate? Ecco, adesso che avete in mente l'immagine acqua e sapone di Cristian, ditele addio.


L'adolescente dall'aria timida, magari pronto ad arrossire ad un complimento, ha infatti lasciato il posto a questo incrocio tra un coatto del Jersey Shore e un fighetto dalla finta aria intellettuale:





Questa immagine è l'evoluzione del bambino-adulto di cui parlavo qualche tempo fa: il bambino ammaestrato dai tempi televisivi che si muove sul palco in modo da poter offrire lo spettacolo alla generazione dei suoi genitori. Eccolo qui l'adulto: un quasi sedicenne conciato come un non-si-sa-bene-cosa.

La bacheca della sua pagina ufficiale su Facebook è un tripudio di ragazzine in tempesta ormonale, un'aola di strafalcioni linguistici, un'oasi in cui le vocali saranno la scoperta del secolo. E quando non è l'amministratore della pagina a scrivere, Cristian delizia le sue fans in estasi mistica con perle come

lòl che commenti che leggo... cè ragazzi xD ma mi controllate le mie sopracciglia ! cè, ma veramente ahahahah ! io sono del parere che ogniuno di noi e libero di farsi ciò che vuole e ciò che piace :)

Di questo passo, se la carriera di cantante non dovesse decollare, la prossima tappa potrebbe essere il trono della De Filippi.



















Maccari direttore del tg1: servizio pubblico (nel senso di cesso)

Ieri mi chiedevo se questo è un direttore: ebbene si, lo è visto che è stato confermato al Tg1. Ma in un altro paese una figura da cioccolataio come quella fatta a Radio24 avrebbe avuto conseguenze diverse, non una promozione da direttore ad interim a direttore effettivo.
Bossi, ricordati che hai un amico.

lunedì 30 gennaio 2012

Maccari amico del finto Bossi: se questo è un direttore


E' per questi squallidi retroscena che ci vorrebbe la somministrazione di una massiccia dose di Wolfang Achtner al TG1.
 Lo scherzo andato in onda su Radio24 durante La Zanzara è solo la dimostrazione di quello che già immaginavamo, ma sentirlo fa tutt'altro effetto. Si ricordi Bossi, che lei potrà sempre contare su un amico: Maccari.
Onore al direttore del Tg1, che è riuscito ad utilizzare nella stessa frase le parole "Bossi", "persona" e "squisita", con l'aggravante che le ultime due sono riferite alla prima. Cchiù Wolfang pe' tutti!

giovedì 26 gennaio 2012

Isola 9, un reality-parcheggio. Rimane il modello di Mtv


Magari qualche potenzialità per un futuro successo c'è pure, ma quest'anno l'Isola dei Famosi, più che un programma televisivo, sembrava  un parcheggio di pseudo/ex-vip affetti da mal di fama.

Il cast è composto dal meglio delle passate edizioni (e la Elia? E Pappalardo padre?Ne sentiremo la mancanza), per cui in teoria  dovrebbe funzionare. Peccato che invece la prima puntata del reality ha registrato appena un milione in più di spettatori de I due superpiedi quasi piatti, e cioè l'ennesima replica di un classico della coppia (di miti) Bud Spencer e Terence Hill. Un evergreen, un must, un cult certo, ma pur sempre un film visto, rivisto e stravisto.

Uno dei problemi dell'Isola è stato il conduttore. Lento, impacciato, probabilmente emozionato, Savino è stato surclassato da Luxuria che punzecchiava i concorrenti e sembrava a suo agio. Durante le nomination, momento pressoché interminabile, ci siamo praticamente dimenticati chi fosse il conduttore del programma.

L'altro problema è che ormai il pubblico conosce sin troppo bene il meccanismo reality, per cui o si trova il modo di rinnovare il format o non si esce dalla spirale di calo d'ascolti che sta (fortunatamente) colpendo anche il Grande Fratello. La puntata inoltre è stata troppo lunga, è finita a mezzanotte e mezza, e chi ha voglia di stare fino a quell'ora davanti alla tv per guardare una minestra riscaldata?

Io la butto lì: un modello di reality che funziona c'è, e ce lo propone Mtv. Si chiama Jersey Shore, ma anche Ginnaste.
Ecco, la nuova Isola potrebbe diventare qualcosa di simile a livello tecnico: puntate interamente basate sul montaggio di sapienti autori, nessuna diretta con inutili opinioniste strafighe in studio (perché le tre che abbiamo visto non aggiungevano niente, Agosti compresa)e, se proprio vogliamo questa benedetta diretta, puntata di un paio di ore, reunion del cast alla fine.
Funzionerebbe? Forse no, ma ci si potrebbe pensare.

ps. ah, un'altra cosa: ma Den Harrow che nella sigla scoatta tirando pugni con la faccia cattiva?Ma per piacere, tutti noi dotati di trashmemoria ce lo ricordiamo ancora mentre piange disperato per un cestino della merenda.
In compenso, sempre nella sigla d'apertura, Malgioglio che corre dietro alle farfalle con la retina è qualcosa di sublime.

mercoledì 18 gennaio 2012

Concordia, così affonda il giornalismo


E' ormai già diventato fiction l’affondamento della Costa Concordia.
Ruoli designati: eroe il Capitano De Falco della Capitaneria di porto di Livorno; antieroe -il cattivo per intenderci- il Comandante della  Concordia, Schettino. Schermo in cui assistere all’opera: una qualsiasi rete televisiva generalista.

Di solito in Italia si è tutti allenatori dopo una partita di calcio importante; grazie alle tragedie invece si diventa  pure magistrati, poliziotti, e persino marinai.
E’ capitato così di vedere la faccia costernata di Barbara D’Urso mentre disquisiva sulla distanza in nodi della nave dalla costa; di ascoltare Goffredo Buccino del Corriere della Sera che spiegava a La Vita in Diretta la posizione della prua; di assistere alla visione di un impavido Bruno Vespa che sorvolava in elicottero l’imbarcazione.

Finito il programma di Fiorello, terminato il periodo di film zuccherosi natalizi, è l’affondamento della Concordia il più grande spettacolo a cui assistere.
C’è persino l’ elemento mistico, e non c’è stato nemmeno bisogno di scomodare i Maya  per l’infausto evento, visto che la Concordia ha avuto il buon gusto di affondare 100 anni dopo il Titanic. Per di più era partita di venerdì 13 ed il giorno del varo la bottiglia non si era rotta. Potevano allora i tg nostrani farsi sfuggire particolari tanto succosi? Soprattutto: con la nave in parte sott’acqua e, almeno il primo giorno, a scarso di immagini, potevano i tg perdere l’occasione di riciclare le scene del colossal di James Cameron?
Aggiungere poi alla ricetta gli ingredienti principali: un capitano, professionalmente parlando, pusillanime che viene zittito dal suo superiore in una telefonata che fa il giro del web. Da un lato l’uomo che dice che tutto va bene mentre guarda la sua nave colare a picco, e che ci ricorda pericolosamente qualcuno; dall’altro l’uomo esemplare che lo richiama al suo dovere.
Fin troppo facile: uno vigliacco, l’altro eroe. Uno buono, l’altro cattivo. Uno da lodare, l’altro da condannare prima che lo faccia la magistratura.
Mentre la cronaca veniva cannibalizzata dalla televisione, l’Italia veniva intanto declassata da Standard&Poor’s, ma tanto nessuno ci ha capito niente.

Poi c’è stato il resto: un tripudio di immagini mute, di filmati girati dai passeggeri e poi caricati su Youreporter, edizioni straordinarie, talk show, salotti televisivi mattutini e pomeridiani; superstiti pseudovip (qualcuno si ricorda della Rettondini?) che trovano l’agognata ospitata con la speranza che duri.
Il tg5 si è superato mettendo in relazione i tratti somatici di Schettino con il suo comportamento, avanzando un'ipotesi di dipendenza dell'uno dall'altro.
Visti i precedenti, sono abbastanza sicura che il cerchio si chiuderà quando Schettino parteciperà all'Isola dei Famosi, o almeno andrà a Matrix o a Porta a Porta. Intanto però il mio appello è per Giacobbo: pensaci tu, fai una puntata di Voyager sulla Concordia e metti fine a questo stupro della professione giornalistica. Fallo tu al posto dei telegiornali, perchè non ne posso più di sentirmi sanguinare il cuore per il misero affondamento di questo mestiere.


Ma per fortuna nel frattempo è iniziato  il processo per l’omicidio Scazzi.

domenica 8 gennaio 2012

Monti da Fazio, ma serve un giornalista


Insomma, tutti a commentare l'atteggiamento da scolaretto attento di Fazio davanti al Presidente del Consiglio quando invece la questione è un'altra, e cioè: Monti lo deve intervistare un giornalista. Né Fazio né tantomeno Vespa perché che il primo fa il presentatore e il secondo il cameriere: serve qualcuno che sappia chiedere, incalzare, obiettare, controbattere.

Non mi interessa se la politica, se questo governo in particolare, debba andare in televisione  o no; qui il punto è che in un altro paese Monti verrebbe intervistato da un giornalista.

Per il resto, venendo a quanto da lui dichiarato, sembra che non ci sarà una nuova manovra, che nella fase due si lavorerà per incoraggiare il lavoro giovanile e che verranno avviate le liberalizzazioni.
A inizio intervento ha anche ribadito di avere sia alcuni elementi di continuità con il governo precedente che alcuni di discontinuità, ma vista l'ironia della risposta a Calderoli sul cenone di San Silvestro, io quegli elementi di continuità glieli posso persino perdonare.