lunedì 29 aprile 2013

#Aggratis!, la stand up comedy approda su RaiDue

Da Fanpage:



Debutta domani #Aggratis!, il nuovo programma comico di RaiDue: 9 puntate in diretta dalle 23.40  per ridere in tempi di crisi.

Condotto da Fabio Canino e Chiara Francini#Aggratis! andrà in onda dallo Studio Uno di via Teulada a Roma, quello degli storici varietà del sabato sera e, come da titolo, sarà realizzato in economia: parteciperanno "comici, deejay, giornalisti, gente del web, ospiti speciali", e lo faranno gratuitamente.

Dimentichiamo per un attimo il fastidioso cancelletto ggiovane del titolo -l'hashtag è simpatico la prima volta, poi basta: ci pensiamo noi a metterlo quando twittiamo, capito autori televisivi?- e concentriamoci sul programma, perché  finalmente potremo vedere un po' di liberatoria stand up comedy in stile anglosassone nientepopòdimeno che in televisione, in Rai addirittura.
Mi spiego meglio: potrebbe essere la volta buona che noi, disgraziati telespettatori italiani ammorbati da presunti comici che campano di luoghi comuni e frasi fatte, ci meritiamo dei comici veri che abbiano qualcosa da dire che vada oltre il "Bucio de culo".

comici di #Aggratis! saranno infatti quelli di Satiriasi, la rassegna di satira fondata da Filippo Giardina a Roma. Qui modestamente se n'era già parlato in tempi non sospetti; ad essere precisi, in un irrefrenabile impeto di obiettività, li avevo definiti "moderni Gulliver che domano l'incendio del pensiero comune pisciandoci sopra con irriverenza".

Se uso il condizionale e scrivo che "potrebbe" essere la volta buona è perché il mio personale timore è che ne escano depotenziati, non tanto per sfiducia nei loro confronti, quanto perché la Rai è l'azienda in cui nel dicembre 2011 passò la circolare interna che vietava di pronunciare la blasfema parola"preservativo" nella giornata mondiale contro l'Aids. In un posto simile, chiedersi che ci facciano quelli di Satiriasi è il minimo sindacale.
A parte religione e parolacce gratuite per le prime puntate, il che è già una castrazione, loro assicurano di avere avuto carta bianca; si sa che la famosa "carta bianca" è anche notoriamente conosciuta come la Costituzione di Fruttolandia, però se ho visto i Marlene Kuntz sul palco di Sanremo senza rischiare la sincope, posso anche vedere Giardina e compagnia bella su RaiDue credendo che sia effettivamente così.

Di fatto, comunque vada #Aggratis!, si verificherà  l'approdo in tv di un nuovo genere, la stand up comedy appunto: una comicità non consolatoria, una critica dell'esistente che, citando Daniele Luttazzi, attacca i pregiudizi  inculcati nell'individuo dai marketing politici, culturali, economici e religiosi. Il tutto condito da una spinta libertà d'espressione che scandalizza in quanto tale.
Conoscendoli artisticamente, suppongo che  i comedian ingraneranno la marcia puntata dopo puntata, sferrando le mazzate più pesanti nelle puntate finali, quando il pubblico televisivo li conoscerà. Intanto c'è la diretta: ufficialmente garantisce la massima interazione con gli spettatori attraverso i social network (l'hashtag del titolo, do you remeber?), ma non ci vuole molto a ipotizzare che sia una garanzia contro eventuali tagli di pezzi particolarmente controversi.

Se gli ascolti li premieranno come mi auguro, l'impatto del gruppo di Satiriasi sarà dirompente perché la loro comicità è quanto di più lontano ci possa essere dalla programmazione Rai. Il pubblico non potrà non notare la differenza tra i comici di #Aggratis! e quelli, per esempio, di Made in Sudche va in onda il giorno prima nella stessa fascia oraria sempre su RaiDue.
Se il programma andasse bene, sarebbe una bellissima notizia perché il genere satira ormai non lo conosciamo più, non lo distinguiamo proprio, tanto che ne consideriamo Crozza il maitre-à-penser: l'anno scorso c'ha provato la Guzzanti su La7 ma Un due tre stella, nonostante ottimi spunti, era un programma lungo, scollato, pretenzioso, autoreferenziale e non ha funzionato. Dopo la cacciata di Luttazzi dalla tv, la satira è praticamente morta, il genere ammazzato; vedremo se i malati di satiriasi riusciranno a resuscitarlo, o almeno a rianimarlo.








venerdì 26 aprile 2013

Letta e Napolitano, l'importanza di chiamarsi "responsabile"

Da Fanpage:



Facciamocene una ragione: adesso è una questione di "responsabilità".

Da quando Napolitano è stato rieletto Presidente della Repubblica, la parola "responsabilità" è il nuovo mantra della politica italiana. Niente di strano, se non fosse che gran parte dell'informazione ci si è placidamente adagiata sopra ripetendo "responsabilità" come se non esistessero altre chiavi di lettura della realtà politica e soprattutto, utilizzando quella che fa più comodo alla politica stessa.

Scoccia ripetermi, ma il giochetto è sempre lo stesso,  una cornice-concetto chiave in cui inserire tutta la narrazione giornalistica: la "sobrietà" per Monti, l' "umiltà" per Papa Francesco e la "responsabilità" per Napolitano e Letta.
Se osi ammettere che né Napolitano Presidente né Letta premier ti facciano impazzire, sei irresponsabile: cavolo, abbiamo votato a febbraio, questi due si sono caricati l'onere di un paese allo sbando, si sacrificano per la causa e tu storci il naso? Ma allora sei un incontentabile, un sabotatore della democrazia che non accetta un Presidente scelto secondo le sue regole.  Il momento è grave per cui vaffanculo al diritto di critica: il momento esige il sacrificio.
Se pensi che la scelta di Napolitano come Presidente della Repubblica profuma di accordo sottobanco tra Pd e Pdl perché Napolitano è noto per aver firmato tutte le leggi vergogna, ti becchi Galli Della Loggia e il suo j'accuse contro il sospetto universale. L'editorialista del Corriere della Sera scrive che l'inciucio per " i denunciatori di professione dell' anti inciucio" è  "il non fare, il disertare, l'abbandono della posizione di fronte al nemico". No, al contrario: l'inciucio (parola orribile tra l'altro) è mettersi d'accordo in privato con l'avversario politico; è fare pure troppo, fingersi avversari nelle sedi pubbliche e strizzarsi l'occhio in quelle private. In pratica, il doppio della fatica.
Non è un'idea "bellica" della democrazia, è solo sana indignazione davanti alle facce di tolla che si fingono sorprese se ti accorgi che sono facce di tolla, tutto qui.

L'antifona mi sembra già chiara: Letta va al Quirinale in macchina, e comincia la beatificazione dei media che non fanno che sottolineare la cosa: ok si, ho capito, bravo, ma ci vuole ben altro per farmi digerire Letta che i seggiolini da padre di famiglia dietro la sua Fiat Ulisse. Non l'aveva fatto nessuno, ok, è un buon segnale, ok, ma la politica è fatta anche d'immagine, e  un cucchiaino di zucchero non basta per ingoiare una pillola di cianuro come se fosse una Zigulì alla fragola.
Memorabile la sviolinata della direttrice di Youdem Chiara Geloni sull' Huffington Post che titola sobriamente il suo post Auguri Enrico, amico mio, andrà tutto beneVa bene l'amicizia, essere blogger, va bene l'opinione, va bene tutto, ma le telefonate e i messaggi privati non si usano più?

Incarichi su incarichi di prestigio, qui una sua biografia, il Letta-pensiero è già noto: lo scorso luglio, in un'intervista pubblicata dal Corriere della Sera, dichiarò di volere un'alleanza  "guidata dal segretario del Pd, con ai lati Casini e Vendola", di lavorare per un governo che fosse in continuità con Monti, "come contenuti e come uomini".

A parte che se ne parla come se avesse messo il primo dentino da latte perché giovane alla tenera età di 47 anni, Letta è quanto di più vecchio esista. Equilibrista, sempre equidistante, seduto composto nei salotti televisivi, mai una parola fuori posto, mai che si infervori davanti a un avversario politico che l'ha sparata grossa.
Personalmente ho avuto un sacco di discussioni con Letta. Lui non lo sa, ma ogni volta che era da Vespa, io ero davanti alla televisione che, novella Nanni Moretti, gli urlavo: "Dì qualcosa di sinistra!Dì qualcosa di sinistra, cazzo".
Capiamoci, l'altra ipotesi che si profilava era  Amato: scegliere tra i due è francamente come scegliere tra una colica renale e l'amputazione di una gamba; preferisci la colica, ma non salti certo di gioia all'idea. Ecco, alla fine dei giochi preferisci Letta, però speri di svegliarti sudato la mattina dopo.

Dico solo questo: visto che questa parola, "responsabilità", piace a tal punto che i politici la stanno violentando, quand'è che qualcuno si scuserà con gli elettori? Perché tutta la gente che ha dirottato il proprio voto dal Pd sul Movimento di Grillo, di certo non l'ha fatto perché voleva un democristiano inside come Enrico Letta al governo né Napolitano alla Presidenza della Repubblica.  E secondo me, molti di quelli che hanno continuato a tapparsi il naso votando Pd, dopo aver visto di nuovo l'inettitudine del partito all'opera, stanno prendendo in seria considerazione l'ipotesi droga: se non chiedete scusa, almeno rimborsate le cure mediche.




mercoledì 17 aprile 2013

La donna al Quirinale, must politico di primavera

Da Fanpage:


Sbaglio o il must politico degli ultimi giorni è  la donna al Quirinale? Bonino o Gabanelli che sia, gran parte dell'opinione pubblica -cioè, nello specifico, politici e giornalisti- si sta riempiendo la bocca con questa fantomatica donna che merita di stare al Colle per una serie di motivi fondamentali: essere donna.

Già dover parlare di quote rosa in generale è umiliante perché è come dire che le donne possono aspirare a ricoprire cariche solo se si riservano loro dei posti d'ufficio; dover constatare che la donna al potere viene  usata come frase ad effetto lo è altrettanto. Si passa ancora sulla donna usandola per attirare consensi, strumentalizzandola  con discrezione: lodarla in quanto tale, non per le sue capacità, ma lodarla.
Se ci fosse una parità, i partiti sceglierebbero un nome e basta, senza bisogno di evidenziare che si tratta di una donna: essere donna è natura, non un valore aggiunto. Se invece si vuole fingere di avere una credibilità davanti ai cittadini, allora sì che si evidenzia di aver fatto un nome femminile.
Dato che la donna  -e qui entrano in gioco i giornalisti- adesso va alla grande, anche quando Napolitano ha scelto i suoi utilissimi 10 uomini, quello che gli si è subito rimproverato dopo aver visto i nomi, era che non ci fosse nemmeno una donna, come se, davanti a quei nomi lì, fosse davvero l'assenza di donne il problema reale.
La donna a tutti i costi non rende necessariamente onore alla causa femminista. Forse quest'anno ci leviamo dalle ovaie Miss Italia, accontentiamoci: un passo per volta, non siamo mica la Svezia.
La solfa della donna al Quirinale sta diventando una frase fatta, un luogo comune: la competenza ci vuole, la competenza. Al Quirinale ci deve andare qualcuno che sia garante della Costituzione, poi se l'incarico va a una donna tanto meglio, ma non spariamo nomi ad minchiam indicando persone che addirittura fanno tutt'altro nella vita.

La  Gabanelli per esempio, è una giornalista di razza, ma è altro dalla politica. Chi sostiene la Gabanelli, forse e dico forse, si è lasciato influenzare da chi scriveva o diceva in tv che al Quirinale deve andare una donna.
Non tiriamo fuori la storia della casta da mandare a casa, cioè si, tiriamola pure fuori, ma rendiamoci conto che amministrare la cosa pubblica richiede professionalità: se i figuri che ci ritroviamo in Parlamento e Senato da Tangentopoli in poi, hanno svilito un'attività nobile come l'amministrazione della polis, la soluzione non è metterci chi non abbia la più pallida idea di come si amministra -praticamente intendo- la polis.
Capisco che in questo paese Barbara D'Urso pubblica libri, Ruby è la nipote di Mubarak, Garko un attore, Alemanno il sindaco della capitale e Lapo un brillante rampollo che ha studiato in Svizzera, ma se il meccanico non m'aggiusta bene la macchina e mi fa pagare un conto esorbitante, io non mollo la macchina e vado in bicicletta: cerco un meccanico onesto, o almeno più onesto del precedente.
A questo punto sennò mi candido pure io: ho all'attivo una discussione di tesi censurata, articoli vari tagliati oppure mai pubblicati e sono "cittadina"  non collusa con i poteri forti. Per di più mi batto contro la diffusione della parola "apericena" e sono pure piatta come la Gabanelli; direi che almeno un Ministero dell'Istruzione mi spetta di diritto.



lunedì 15 aprile 2013

Alemanno, Report e la querela compulsiva dei politici italiani

Da Fanpage:


Ieri sera è andata in onda la solita, tranquilla puntata di Report;  titolo: Romanzo Capitale. Infiltrazioni mafiose, tangenti, la Banda della Magliana, i Casamonica, subappalti per la metro c spartiti  dall'uomo di fiducia di Alemanno; criminalità organizzata che interloquisce con l'amministrazione comunale.
Nemmeno il tempo di finire la puntata di Report, che Alemanno annunciava la querela alla Gabanelli. Via Twitter, e sottolineo via Twitter. Probabilmente doveva trattarsi di un'emergentissima impellenza, visto che il sindaco capitolino non c'ha pensato prima  nemmeno  un po'.
Poco dopo uno Zoro tra il divertito e l'incredulo riferiva il fatto a Gazebo.

Oggi Vittorio di Trapani, segretario dell'Usigrai (Unione sindacale giornalisti Rai) ha rilanciato attraverso una nota l'urgenza di una norma contro le "querele temerarie" usate come metodo di pressione contro i giornalisti.
Magari fossero "temerarie"; la temerarietà fa pensare alla possibilità di un rischio, invece qui ci sono politici baldanzosi e sicuri di poter mettere con facilità i bastoni tra le ruote a chi fa il proprio lavoro.
Più che di querela temeraria, i politici italiani soffrono di querela compulsiva: querelano e via, senza dubbi. Spesso sanno benissimo di avere torto marcio, eppure querelano perché, banalmente parlando, hanno più soldi del querelato.

Faccio una rivelazione sconcertante ad Alemanno e colleghi: esiste la rettifica. Se ti senti davvero parte lesa colpita nell'onore, alzi le chiappe dal divano, prendi un telefono e chiedi la rettifica: ti fai intervistare per dare la tua versione dei fatti.
Però bisogna avercelo l'onore da tutelare: quando non ce l'hai, psicologia spiccia, fai come il bambino beccato nel mezzo di una marachella: negare negare negare. Se hai la fortuna di ricoprire una carica istituzionale ci aggiungi pure una bella querela così, anche se sai di avere torto, dai comunque filo da torcere a quegli ingenui di giornalisti che bene o male insistono a voler fare i giornalisti.
Intanto quelli dovranno chiamare l'avvocato, sganciare soldi, perdere tempo nelle aule di tribunale e la prossima volta ci penseranno due volte prima di tirare fuori il kit del piccolo giornalista. Quando la vicenda si concluderà, sarà passato un tempo sufficiente a farla dimenticare, così agli italiani sarà rimasto il ricordo di un politico che non si è lasciato intimidire ma anzi, si è solo difeso da false accuse; nel frattempo magari la testata ha messo all'angolo il giornalista, che in tempi di crisi dell'editoria e di bilanci in rosso i rompicoglioni che cercano rogna sono poco graditi.
Nello specifico Alemanno, al posto del video che verrà trasmesso oggi alle 18.00, avrebbe potuto rispondere alla Gabanelli che lo chiamava; così almeno la figura da peracottaro se la sarebbe risparmiata.

In conclusione: siccome i giornalisti non sono tutti anime candide, la querela per diffamazione è sacrosanta.  Lasciamola. Ma applichiamoci il contrappasso.
Mi quereli perché ti ho diffamato? Bene, benissimo, ma se poi per tua disgrazia il giudice stabilisce che non ti ho diffamato, tu mi ripaghi non solo i soldi che mi hai fatto spendere inutilmente, ma pure i danni morali che ho subìto per essere stato dipinto come un diffamatore e per l'eventuale messa all'angolo in redazione. Così la prossima volta, mediocre bulletto col colletto inamidato che non sei altro, prima di fare lo spavaldo con i tuoi soldi, che sono sempre più dei miei, ci pensi TU due volte,  non io prima di fare il mio lavoro.

sabato 13 aprile 2013

Miss Italia 2013 in forse, stop al concorso che premia la bellezza e se ne vergogna

Da Fanpage:


La notizia è questa: al momento nei palinsesti autunnali Rai non compare Miss Italia. Va specificato che i palinsesti si chiudono il 5 maggio, ma dà da pensare che uno degli eventi di punta di RaiUno non vi sia stato inserito subito, segno che almeno qualche ripensamento sul concorso c'è.
Per la cronaca, intervistata da Davide Maggio, la Mirigliani ha dichiarato che "se la Rai avesse deciso di non mandare più in onda il programma avrebbe inviato una comunicazione ufficiale ed io al momento non ho ricevuto alcunché". Poi ha aggiunto: "il Concorso fa parte del costume italiano ed è un appuntamento tradizionale della nostra storia".

Qualcuno dirà: non abbiamo un governo, la disoccupazione è cresciuta del 22% rispetto all'anno scorso, checcenefrega a noi di 'ste sgallettate? Ce ne frega invece, e -almeno a noi donne- pure tanto, perché il calo degli ascolti delle ultime due edizioni e la crisi potrebbero riuscire laddove non sono riuscite le femministe più incallite: lo stop alla sfilata dello stereotipo. Di uno stereotipo ben preciso tra l'altro: la ragazza bella, bellissima che pur sapendo di essere bella bellissima non si monta la testa ed è tutta casa&famiglia. Insomma: la celeberrima creatura mitologica  rispondente al nome  di  ragazza "semplice".

Sarebbe troppa grazia poter parlare di cambiamento culturale innescato dalla scelta di una come la Boldrini alla presidenza della Camera, e invece bisogna accontentarsi: con i soldi per organizzare un evento simile, in tempi di budget ridotti, la Rai può coprire diversi sabato sera. Nelle ultime edizioni il prodotto era in difficoltà, tant'è che le quattro serate erano diventate tre nel 2009  e  due nel 2011, ma  è andato in onda  in virtù della sua lunga tradizione:  dal 1939 fino al 2012,  con un'unica interruzione tra il '42 e il '46 durante la seconda guerra mondiale.

Il problema di fondo, quello sostanziale, è l'ipocrisia del concorso di Miss Italiascegliere la bellezza volendo però giustificare la scelta appannandola con il talento in qualcosa, per cui vai di coreografie, ballo e canto. Concepire la bellezza come qualcosa da mascherare con altro per  renderla eticamente accettabile, il che in un paese culturalmente e moralmente cattolico fa alquanto ridere perché in linea teorica la bellezza ce l'avrebbe data Dio, e quindi bisognerebbe piuttosto esserne pubblicamente orgogliosi.
Da questa prospettiva la bellezza in sé sarebbe anche un valore, ed è ovvio che  nel mondo dello spettacolo serva; la questione si pone quando la bellezza diventa un lasciapassare per entrare in loschi letti di Putin e giri poco raccomandabili nell' Hollywood di Milano. Quando il sillogismo bella-dunque-disponibile-per-il-potente-di-turno trova un riscontro nella realtà; quando la ragazza "semplice" si scopre essere in realtà una sempliciotta ambiziosa.
Per colpa del perbenismo, gli autori si ostinano a far parlare queste ragazzette che hanno appena finito le scuole superiori e loro, vuoi l'età vuoi le domande idiote a cui devono rispondere, finiscono per sciorinare una serie di banalità che avallano lo stereotipo della bella e stupida
Altro che la sfilata delle ragazze in costumi più o meno casti, è questo il vero maschilismo di Miss Italia: farle parlare.

Dare la possibilità a ragazzine appena maggiorenni di dire che vorrebbero la pace nel mondo perché loro sono ragazze semplici che da grandi vorrebbero tanto una famiglia e che se sono lì è perché ce le ha iscritte di nascosto il fratello, è un crimine contro il genere femminile. Quando poi assicurano che non lascerebbero mai il fidanzato se dovessero vincere perché loro c'hanno i valori di una volta, il crimine lo rischiamo noi spettatrici: attentato al televisore con lancio di ciabatta.
Non si può pretendere che una appena diciottenne esprima alti concetti in prima serata in diretta su RaiUno quando l'unica volta che ha parlato davanti a un pubblico era durante la recita scolastica, per cui che si fa? Siccome oltretutto il tempo è poco, la domanda finisce per essere cretina perché non puoi chiedere ad ognuna una dissertazione sull'evoluzione del concetto di noumeno nella filosofia occidentale. La domanda tipo allora diventa la seguente: è il giorno del matrimonio della tua migliore amica, prima di andare in  chiesa lei ti confessa di essersi accorta di non amare il suo futuro marito... tu cosa le consigli?
Ora, che dovrebbe rispondere la sventurata? Che consiglierebbe alla sposa di accoppiarsi sull'altare con il testimone dello sposo? Semplice, risponde col buonsenso: soffrirà tanto tanto, ma è meglio lasciarlo prima. E nel frattempo noialtre a casa ci incazziamo contro l'incolpevole pulzella risucchiata nel circolo vizioso dell'ovvietà.

Ecco, se si liberasse dall'ipocrisia che lo attraversa, per me Miss Italia potrebbe andare avanti fino all'anno 3000. Un inno alla bellezza in quanto tale; se poi le ragazze non dovessero avere talento per il cinema e la televisione faranno le modelle e amen.
Servono però dei ritocchi perché per com'è ora, se  spalmato in quattro (ma anche tre, due) serate che durano fino a mezzanotte inoltrata, è un programma semplicemente noioso, per forza poi  'ste poracce devono defilippizzarsi per tirare avanti la carretta.
Proposta: Miss Italia va fatto in piazza, due serate e viaPoi ripreso e trasmesso in televisione in seconda serata. Ma attenzione: due serate da due ore ciascuna, che bisogna scegliere una che pubblicizza i gioielli Miluna, non una che attraversi il Mar Rosso per salvare il popolo eletto.

Papa Mario-Bergoglio: l'umiltà ti fa "francesco"

Da Fanpage:


E' dal 13 marzo che siamo immersi in un mare di "umiltà". L'elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio ricorda i tempi di quando l’informazione, protagonista un altro Mario,  navigava a vista in un altro mare: quello della "sobrietà".

Il meccanismo è semplice quanto efficace: si trova una parola chiave, e intorno a quella si fa girare tutto l'impianto narrativo del racconto mediatico: per Monti la sobrietà, per Papa Francesco l'umiltà.
Siccome così congegnato il giocattolo funziona a meraviglia, lo schema narrativo si ripete impunemente: Mario Monti era presentato nel ruolo di outsider della politica perché professore, Bergoglio è un outsider perché gesuita.  In fondo anche lui è un po' tecnico, a partire dal nome scelto per il pontificato,Francesco; una chiara manifestazione d'intenti, e cioè riportare la Chiesa cattolica al suo spirito originario.
La narrazione dei media è poi passata anche attraverso il vestiario: per Monti il loden, per il Papa l'anello del Pescatore.
Visto che  l'uomo della provvidenza ha sempre il suo fascino, la solita stampa che c'ha abituato all'indipendenza del pensiero,  sembra essere nuovamente colpita dalla puntuale, ciclica, estasi mistica: prima il salvatore della patria, adesso quello della Chiesa cattolica. Uno lottava contro lo spread, l'altro contro i preti pedofili trasferiti di diocesi anziché espulsi.
A tutti e due, bisogna ammetterlo, è andata di lusso: uno è stato fatto presidente del Consiglio dopo uno che ha mantenuto fior di zoccole e a momenti s'è liftato pure le ginocchia; l'altro è diventato Papa dopo uno che vestiva mocassini Prada resosi colpevole di aver insabbiato la pedofilia nella Chiesa. Ponci ponci popopo, fin troppo facile essere "sobri" e "umili" con predecessori simili.
Anche a livello d'immagine entrambi vincono facile: non ci vuole molto ad apparire serio dopo uno che andava in giro in bandana, così come -di nuovo- lo è apparire più simpatico di uno che sfoggia l'accoppiata occhiaie nere-accento tedesco.
Insomma, per chiudere il cerchio, a Bergoglio manca solo una guardia svizzera che si metta a frignare per i sacrifici che dovranno affrontare i fedeli.

La differenza sostanziale rispetto a Monti sta però nel fatto che la figura del Papa attiene all' universo valoriale dell'individuo, per cui l' "umiltà" si carica di volti e connotazioni che la "sobrietà" di Monti non avrebbe mai potuto assumere. Con risultati a dir poco discutibili per la figura stessa di Bergoglio, perché a forza di farci affogare in questo mare di umiltà del Papa, i giornalisti stanno svuotando di significato il ruolo stesso del Papa.
Dal nome colloquiale senza numeri all'abbraccio del malato, Papa Francesco non sta sbagliando un colpo; grazie a qualche mossa di marketing ben piazzata -per carità, pure spontanea-  i giornalisti l'hanno già beatificato. Ogni tanto qualcuno pare vergognarsi di tanta piaggeria e con un moto di pudore sottolinea che lui non è cattolico, però questo Papa, cazzarola, gli piace proprio.
Alcuni nudi e crudi che non vogliono fare quelli a cui il Papa umile piace tanto, si sono invece affrettati a sottolineare  che non è favorevole ai matrimoni gay. Embè? Fosse una dragqueen del Muccassassina, allora sì che sarebbe una notizia il suo no alle unioni omosessuali; è scontato che un religioso che occupa posizioni di potere non possa essere contrario alla dottrina cattolica: al massimo può smettere di additare gli omosessuali. Semmai è la politica che insegue le posizioni della Chiesa, ma dato che questo è un paese catto-laico,continuiamo tranquillamente a mischiare i due piani senza nemmeno rendercene conto.
Qualcuno ha provato a ricordare il giornalista Verbitsky e le accuse di complicità con il regime militare, ma l'argomento è finito subito nel dimenticatoio, offuscato dal tripudio di "umiltà" tanto osannata dai colleghi.

In questa orgia di mani spellate per l’argentino, capita che su Facebook circoli un'inquietante foto di Papa Francesco accompagnata da questa scritta (tutto minuscolo, ndr): "se ti piace papa francesco portalo nella tua bacheca e nelle tue preghiere". Così, manco fosse la figurina mancante dell’album dei calciatori.
Doveva essere un Papa umile e invece si ritrova Papa prêt-à-porter, schiaffato nelle bacheche tra una foto al cesso e una citazione di Fabio Volo.
Non è più il successore di Pietro: è già diventato “francesco”, lettera minuscola. Abusato dal racconto mediatico, esposto e reiterato per qualsiasi suo saluto alle guardie svizzere,  il Papa che piace è diventato una specie  di personaggio-luogo comune, ridotto a una mezza stagione qualsiasi che non esiste più.
A forza di leggere e sentire quanto sia vicino alla gente Francesco, la stampa ci ha fatto dimenticare il suo ruolo: il capo di uno Stato estero rappresentante in terra di un’ortodossia religiosa.
Tutti quelli che adesso si riscoprono cattolici di facciata grazie a "francesco" forse ignorano che il Papa è Papa e non ci dirà mai, per esempio, di andare e moltiplicarci promiscui. Che si fa alla prima frase che non ci sconfinfera? Che sembrava amore e invece era un calesse? Perché prima o poi qualcosa di impopolare lo dirà, com’è normale che sia.
Ma soprattutto: i giornalisti, dopo averne prosciugato il personaggio fino a sputtanarne l'autorità, che scriveranno? Che il Papa che piace non è più trend di stagione? Che l' "umiltà" era un trucco per vedere se stavamo attenti? O forse che il Papa s'è improvvisamente scoperto essere troppo Papa?


Sigaretta elettronica, il sex symbol è "svapato"


Da Fanpage:

Ultimamente mi preme una questione che sarà pure di secondaria importanza, ma sta mettendo a dura prova i miei fragili nervi: la sigaretta elettronica.

negozi che le vendono crescono come funghi e capita sempre più di frequente di vedere gente alla fermata del tram con questo aggeggio  tra le mani. Del resto si ricarica con aromi a piacere, contiene meno nicotina rispetto alle sigarette normali e permette di non rinunciare alla gestualità, per cui il successo del prodotto è scontato.

In realtà manca ancora una sperimentazione estesa: quello che si sa con certezza è solo che in molti paesi europei le sigarette elettroniche contenenti nicotina sono gestite come prodotti farmaceutici, mentre in Italia il Ministero della Salute si è limitato a stabilire delle prescrizioni per l'etichettatura: vendita vietata ai minori di 16 anni, simbolo di tossicità, tenere fuori dalla portata dei bambini. In pratica, pur essendo venduta come aiuto per smettere di fumare, anziché come dispositivo medico o farmaceutico, in Italia la sigaretta elettronica viene regolamentata semplicemente come prodotto da tabacco.

Comunque, checché ne dicano gli esperti, il fenomeno dilaga, e secondo me la sigaretta elettronica funziona pure: prendete me per esempio, ogni volta che ne vedo una, mi viene voglia di iniziare a fumare.
I motivi?  Tanto per iniziare, perché alla sigaretta elettronica dobbiamo quel meraviglioso neologismo che è "svapare". Non si capisce perché ma dai "respingimenti" allo "svapare", ogni neologismo è sempre peggiore dei termini che l'hanno preceduto. Poi dicono che noi italiani abbiamo paura del cambiamento: e certo, se già a partire dal linguaggio coniamo certe parole del cavolo, non vedo cos'è che potrebbe darci speranza per il futuro.

Ad ogni modo, il motivo vero, serio, per cui la sigaretta elettronica mi istiga pensieri poco zuccherosi è un altro: il colpo mortale che sta infliggendo all'immaginario femminile. Un immaginario che per anni si è nutrito di stereotipi sull'uomo che non deve chiedere mai, sul sex symbol tenebroso, sul concentrato di testosterone che sa essere stronzo o dal cuore tenero a seconda delle circostanze. E' finita; il mito del bello e maledetto non ha retto il colpo dell'impatto contro una nuvola di vapore.
Una volta questi qui li vedevi cazzuti con la sigaretta in bocca, adesso sembrano dei rincoglioniti da ospizio che s'accontentano di un surrogato perché nun je la fanno più. Jack Nicholson per esempio:  s'è fumato di tutto a tutte le ore, e mo'  te lo ritrovi con quel coso in bocca. Un altro è Di Caprio; sarà che non gli danno l'Oscar, ma pure lui è passato dalla figura del ragazzaccio che faceva baldoria con gli amici negli hotel a quella del bravo ragazzo che fuma la sigaretta elettronica: in pratica un impiegatuccio vegetariano col vizio delle bionde.
A Hollywood hanno avuto il coraggio di appiopparla persino a Johnny Depp in The Tourist:  Johnny Depp è Johnny Depp, per carità, ma per bilanciare gli serviranno minimo 10 sceneggiature di Tim Burton. Dai, non puoi scritturare Johnny Depp con l'immagine che si porta dietro e poi fargli fumare l'e-cig: è come costringere Messi a giocare a calcio al biliardino.
Spostiamoci in casa e prendiamo Vasco Rossi: quello una volta cantava la vita spericolata, è stato trovato con 26 grammi di coca  in casa, e adesso, lui quoque,  tesse le lodi della sigaretta elettronica.
E' il mondo al contrario, ma non solo dell'immaginario femminile: s'è capovolta proprio la figura dell'artista. Una volta l'artista era il trasgressivo; adesso è diventato il modello da seguire: stile di vita sano, jogging sulla spiaggia, cause animaliste e, in casi disperati, persino la pubblicità del latte. In compenso gli sportivi si dopano per aggiungere le prestazioni disumane che gli vengono richieste.
Del diman non c'è certezza, ma proprio per niente: non abbiamo un governo, Benedetto XVI ha rinunciato all'incarico e l'unico concentrato di ormoni che c'era rimasto, non "svapa" perché preferisce intingere i cornetti nel cioccolato. Non so voi, ma a me di questo passo l'unica cosa che "svaperà" sarà la voglia di rapportarmi con l'universo maschile.